Rame, il premio americano stringe il mercato mondiale.
La domanda cambia, l'offerta zoppica.
Il rame, lo sappiamo, non è solo un metallo, non più. Il rame è diventato un forte indicatore delle tendenza della nuova economia a base di energia, difesa e intelligenza artificiale. Inoltre, è un segnalatore di rischio geopolitico molto liquido e sensibile.
Il suo prezzo future resta vicino ai massimi storici, intorno a 13.500 dollari per tonnellata, dopo avere toccato a metà maggio un picco superiore a 14.000 dollari. Il dato interessante oggi però è soprattutto la tensione che si sta formando sul mercato. Al di là del consueto equilibrio domanda-offerta, che contribuisce a fissare il prezzo in ogni momento considerate le aspettative, oggi stiamo assistendo ad una frammentazione dei mercati.
Da una parte c’è il mercato americano, che sta attirando il metallo rosso e accumulando scorte. Dall’altra c’è il resto del mondo, dove il rame disponibile si riduce e dove si forma il prezzo internazionale di riferimento. Questa frattura tra Stati Uniti e mercato globale è oggi una delle chiavi per capire perché il prezzo del rame resta così sostenuto, nonostante la domanda reale non sia in crescita.
Gli Stati Uniti stanno importando più rame di quanto ci si attendesse. Il metallo entra nel mercato americano e tende a rimanervi, perché era attesa al 30 di giugno una decisione del Dipartimento del Commercio USA su nuovi dazi sull’import di rame. In vista della scadenza, gli importatori stanno facendo scorte, tenendo in alto i prezzi. Siamo ormai due settimane oltre il termine senza un annuncio formale, e nel frattempo Washington ha fatto sapere di voler predisporre entro la fine dell'anno fiscale 2026 un meccanismo per estendere dazi fino al 50% a una gamma più ampia di prodotti derivati del rame.
L’accumulo di scorte è anche assai utile alla nuova strategia della sicurezza nazionale americana, che incentiva l’accumulo interno. Anche in assenza di un annuncio formale di dazi, il rischio che Washington decida in futuro di colpire le importazioni è sufficiente ad orientare i flussi. Chi teme un dazio domani ha interesse a comprare oggi. Il risultato è che il rame viene assorbito dagli Stati Uniti e sottratto al mercato internazionale.
Questa dinamica si vede piuttosto bene nello spread tra il rame quotato al COMEX americano e il rame quotato al London Metal Exchange, il mercato di riferimento europeo. (Per confrontarli bisogna convertire il COMEX, che quota in dollari per libbra, in dollari per tonnellata, che è l’unità di misura utilizzata su LME). Quando il COMEX quota a premio rispetto al LME, il mercato americano attira metallo. Più il premio si allarga, più l’arbitraggio verso gli Stati Uniti diventa forte. Se il premio si restringe, il LME recupera forza relativa e l’incentivo a inviare rame negli Usa si attenua.
Ecco lo spread sulla scadenza di settembre 2026 alla data del 10 luglio 2026:
Alla chiusura lo spread era a 320,17 $/T.
Ora, mettiamolo in prospettiva:
Un anno fa lo spread valeva dieci volte tanto, attorno ai 3.200 $/T poi è crollato. La tensione acuta dell'arbitraggio si è in gran parte sgonfiata, eppure il prezzo è rimasto elevato. La spiegazione è che il metallo è già stato trascinato negli Stati Uniti e vi resta, mentre l'incertezza sui dazi continua a trattenerlo.
A questo punto sarà chiaro che lo spread Comex-LME misura la pressione del mercato americano sul resto del mondo. Finché gli Stati Uniti assorbono rame, il mercato non-USA resta corto (cioè con eccesso di domanda rispetto all’offerta). E se il mercato non-USA resta corto, il prezzo LME rimane sostenuto anche quando il bilancio globale, preso nel suo insieme, non è drammatico. In pratica, la sola minaccia di dazi alza una barriera fisica oltre la quale al momento è conveniente andare.
Ecco qua la differenza tra il “lungo” americano (area azzurra) e il “corto” non-USA (area blu).
Vi sono anche i fondamentali, comunque, a sostenere i prezzi, nel senso che l’offerta prospettica non appare in salute. Una delle principali banche attive sui metalli, Macquarie, ha tagliato di 199 mila tonnellate, a 13,8 milioni, la stima della produzione dei diciassette maggiori produttori, con i contraccolpi più pesanti a Kamoa-Kakula in Repubblica Democratica del Congo e a Grasberg in Indonesia. Ivanhoe ha confermato per il 2026 un'indicazione di 290-330 mila tonnellate, molto sotto le oltre 500 mila attese prima delle inondazioni del maggio 2025, mentre Freeport, che a Grasberg puntava a 771 mila tonnellate quest'anno prima della colata di fango, non conta di tornare a piena produzione prima della fine del 2027. Alcuni grandi siti, insomma, non torneranno a regime prima del 2028, e il mercato sconta una riduzione della disponibilità mineraria dell'ordine delle 350 mila tonnellate rispetto alle attese per il 2026.
La Cina resta la grande incognita. Nonostante i prezzi elevati, la domanda apparente cinese ha mostrato di reggere, perché la debolezza di alcuni settori (solare e auto elettrica crescono poco) è stata compensata dalla forza della domanda per reti elettriche e infrastrutture di potenza. Questo significa che il rame ha smesso di dipendere soltanto dal ciclo edilizio o dalla manifattura tradizionale, ed oggi un buona parte della domanda arriva da investimenti più strategici.
Reti, data center, difesa, sicurezza energetica, intelligenza artificiale, sono tutti comparti ad alta intensità di rame. La costruzione di nuova capacità elettrica, il rafforzamento delle reti, la connessione dei data center, il rafforzamento delle infrastrutture e la protezione dei sistemi industriali richiedono enormi quantità di metallo, e questo rende la domanda meno sensibile al prezzo rispetto al passato. Significa che se una rete va potenziata per reggere nuovi carichi o per alimentare data center, il rame viene comprato anche quando costa molto. Il peso strategico della domanda, cioè, mette in secondo piano il problema del prezzo.
Oggi una parte crescente della domanda di rame dipende da scelte politiche e strategiche. La sicurezza energetica costa, l’IA costa, la difesa costa, ma nessuno di questi campi rinuncia al materiale perché costa “tanto”. Lo spiega anche Goldman Sachs cui dobbiamo questa tabella, in cui al 2030 diminuisce il peso dell’edilizia nella domanda cinese e sale quella per la elettrificazione:
La domanda globale cresce tra il 2024 e il 2030 da 33,4 milioni di tonnellate a 37,4.
A questo si aggiunge il tema dello stoccaggio strategico. Stati Uniti e Cina potrebbero decidere di aumentare le proprie riserve di rame, trattandolo come materia prima essenziale per la sicurezza nazionale, e se anche solo una parte del mercato comincia a prezzare questa possibilità il rame incorpora un premio ulteriore. A quel punto avremmo il prezzo del consumo industriale corrente cui si aggiunge il premio dell’assicurazione contro scarsità, dazi, conflitti, blocchi logistici e rottura delle catene di fornitura. Eventualità verificatesi già almeno quattro volte negli ultimi anni (blocco di Suez, houthi nel Mar Rosso, guerra in Ucraina, stretto di Hormuz).
Il rischio ribassista comunque resta e non va escluso. Se gli Stati Uniti annunciassero in modo definitivo che non ci saranno dazi sul rame, l’incentivo ad accumulare metallo nel mercato americano si ridurrebbe, le importazioni verso gli Stati Uniti rallenterebbero, il premio COMEX sul LME si restringerebbe e il mercato internazionale respirerebbe, con un prezzo che potrebbe scendere venuta meno una parte importante della tensione artificiale creata dal rischio dazi.
Lo scenario opposto è un annuncio di dazi con entrata in vigore differita, che sarebbe il caso più esplosivo per il mercato, perché se Washington annunciasse oggi un dazio operativo da gennaio gli importatori americani avrebbero alcuni mesi per comprare il più possibile prima della scadenza. Il premio americano salirebbe, le importazioni accelererebbero e il mercato ex-USA verrebbe drenato ancora di più, con il prezzo LME che potrebbe tornare sopra i 14.000 dollari per tonnellata e riavvicinare i massimi.
C’è poi il rischio macroeconomico. Un rallentamento economico ridurrebbe la domanda, però tensioni logistiche e scarsità di materiali ausiliari, come zolfo e acido solforico, potrebbero frenare anche l’offerta mineraria. La domanda cala, e può calare anche la produzione, per questo il bilancio fisico non necessariamente migliorerebbe in modo decisivo.
In conclusione, il rame si trova all’incrocio di tre forze. La prima è la scarsità dell’offerta mineraria, con grandi progetti che recuperano lentamente e nuove miniere difficili da avviare. La seconda è la frammentazione geopolitica, con gli Stati Uniti che assorbono metallo e restringono il mercato disponibile per il resto del mondo. La terza è la trasformazione della domanda, sempre più collegata a reti elettriche, intelligenza artificiale, difesa e sicurezza energetica. Questi tre elementi spiegano perché i prezzi restino alti anche dopo il rientro dai massimi.
Come avevamo detto ormai qualche anno or sono, il rame sta vivendo una trasformazione che non è speculativa, ma strutturale. Il tema è sempre quello di fondo, il fondamentale equilibrio tra domanda e offerta, che determina il prezzo. Entrambe si nutrono di aspettative e questo spiega la volatilità.
Per questo lo spread COMEX-LME merita di essere seguito con attenzione. Se il premio americano si allarga, significa che il mercato statunitense continua a pagare di più e ad attirare metallo, in un segnale di stress per il mercato internazionale. Se invece lo spread si restringe, vuol dire che il LME sta recuperando forza relativa e che l’incentivo a spedire rame negli Stati Uniti si sta attenuando.
Nel frattempo, occhi sul Rappresentante del Commercio USA.





